la Comodità

Mario Biglietto

Sì, ci sono caduto anche io, ho sentito una esigenza profonda di scrivere la Comodità, era un momento cruciale della mia vita.

So che abbiamo tutti, una volta o l’altra, sentito il bisogno di scrivere qualcosa, sedotti dalla profondità dei sentimenti che sperimentavamo, è capitato spesso anche a me però, come ci diceva Moretti in “Ecce bombo” (citato anche nel libro), “quello che scrivo la notte, la mattina già non mi piace più”, a me, finora, ha sempre fatto schifo quello che scrivevo.
Non questa volta, mi è piaciuto, mi ha fatto bene, è diventata una necessità indifferibile, proprio come respirare.
Il libro mi ha pressato fino ad oggi dal fondo del suo cassetto perché voleva arrivare alla luce. Ho conosciuto un editore minore, di nicchia, coraggioso, che lo pubblicherà (addirittura integralmente nonostante la lunghezza).
All’inizio di questo lungo percorso mi sono confrontato con Salvatore – in basso come dessert trovate la sua Postfazione – lui non è un parvenu della letteratura come me, speravo mi dissuadesse dal continuare perché era diventato un tarlo, invece…mi sono trovato spesso da lui con la mia bici nuova di pacca per dargli un primo editing. Mi ha dato un grande aiuto, enorme.
Erano anni che ricevevo bellissimi complimenti da lettori beta più che qualificati, anche da scrittori affermati, ma collezionavo esclusivamente rifiuti.
Certo, io non sono nessuno, non ho nulla di quanto accademicamente debba avere uno scrittore, un intellettuale, non ho né il physique du role né la formazione adeguata a definirmi uno scrittore eppure, cazzo, ho scritto!
Tuffatevi in questa esperienza, ne uscirete sorpresi, forse anche con un sorriso incredulo, proprio come ho fatto io che l’ho vissuta.
Mario Biglietto

 

Erano passati mesi da quando ci eravamo conosciuti io e Stefano, gli avevo mandato degli stralci, aspettavo un responso, alla fine ci sentimmo.

M: Allora lo hai letto finalmente?
S: Sì…
M: Bene, allora, dimmi…
S: Deh, Boia deh, mi è piaciuto!
M: Deh, ne sono felice Stefano!
S: Deh, è scritto bene, vorrei pubblicartelo…
M: Scusa?
S: Si, perché?
M: No, pensavo tu pubblicassi solo libri di fotografia…mi sorprende…
S: Deh, sai mi stanno chiedendo spesso e stavo pensando, ho cominciato già a pubblicare qualcosa…
M: Mah, ne sarei felice, trovo solo editori terrorizzati!

Più o meno la mia memoria mi dice che fu questa la telefonata con Stefano Bianchi, l’editore di CROWDBOOKS. Lo avevo conosciuto nella Fortezza Vecchia di Livorno ad agosto, curava una bellissima mostra fotografica per un suo autore. Sono felice di averlo incontrato, sono felice di aver incontrato chi me lo ha fatto incontrare, sono felice dei casi della vita. In ogni caso Stefano è una persona schietta e appassionata, un lucido coraggioso che non si muove nel branco ma cerca qualcosa che gli garbi davvero, che sia in sintonia con le ricerche di CROWDBOOKS, un codice che gli assicura un suo fedele pubblico. Era la persona giusta, senza dubbio, e poi mi è simpatico, mi resta simpatico addirittura quando mi fa notare i difetti della sua città (di cui sono innamorato).

 

 

A seguire un abstract spremuto a forza dalla editor di CROWDBOOKS costretta per una volta a scrivere, oltre che a riscrivere.
Siamo tutti felicissimi di averla spinta a farlo, nessuno sarebbe riuscito a dire tanto in così poche parole senza anticipare niente, non ce ne voglia la piccola Lily a cui contendiamo l’attenzione della sua mamma.

 

Mario: un autore, un fotografo, un precario, un tifoso, un padre, un uomo.

Un uomo testardo, la cui caparbietà pervade il racconto, rendendolo a tratti martellante.
Uno pseudo-diario in cui, tra una notte insonne e un cocktail di pillole, si intravedono scorci di un peregrinare per l’Italia, inseguendo una cura.  Di tanto in tanto Mario incrocia lo sguardo di personaggi che lo distolgono dalla sua eterna battaglia contro i cosiddetti “globocrati”, per riportarlo ad una scomoda realtà dove, in effetti , “la comodità” può alleviare ben poco la sua condizione di cavia.

A questa battaglia si aggiunge quindi un’altra lotta, contro una malattia dal nome non semplice, che complica ancor di più le sue giornate già affannose e i rapporti con chi lo circonda.
Un reportage accurato, intriso di sudore cortisonico e musica malinconica; un racconto dettato dai tempi della malattia, spesso estenuanti, e dai tratti spesso ruvidi; tuttavia in esso traspare tutto l’amore di un uomo che si sente ancora figlio, ma che non vuole smettere d’esser padre.

Laura Iannaccone

 

illustrazione di Federica Macera

E adesso invece un tributo dovuto e voluto a Salvatore, un amico che mi ha guidato per farmi prendere coscienza di quello che avevo fatto, che ha governato la massa ribollente e naive, pazientemente, per dei lunghi mesi.

Chiarisco prima di tutto il perché si tratti di una Postfazione, in antitesi a una più canonica Prefazione, Salvatore detesta, e concordo con lui, quelle Prefazioni che anticipano i libri, li rendono scontati e prevedibili, amava l’idea di realizzare una Postfazione, intento (forse) miseramente fallito visto che la posto così, perdonami.

Ha sempre queste partenze spiazzanti, da punti di vista centrifughi per poi tornare al punto nodale. Mi sembra sempre di andare a fare un giro in giostra quando leggo quello che gli passa per la testa, ti porta via e ti riaccompagna, quando arrivi alla fine ti sorprendi a sentirti solo un passeggero e invece ti ha già lasciato quello che voleva dirti. Mi sento sempre un ragazzino quando leggo quello che pensa del libro! Non ti ringrazierò mai abbastanza.

 

Da sx Antonio Moresco, Salvatore Toscano, Libreria Wojtec, Pomigliano d’Arco (NA)

 

 

Postfazione a “la Comodità”

“Anche se ho pubblicato pochissimo e non sono uno scrittore famoso, più volte ho dovuto affrontare una situazione un po’ paradossale che forse costituisce l’habitat naturale per chi lavora nell’editoria ma non per me: arriva un amico, un parente, l’amico di un amico, un vicino di casa – chiunque abbia misteriosamente raggranellato qualche vaga informazione sulle mie passioni letterarie −, e mi chiede un parere sincero sul voluminoso manoscritto che ha appena finito di vergare.

Non sono la persona più buona dell’universo ma per mille motivi mi sento sempre obbligato ad accettare l’impegno. E anche se non sono la persona più schifosa dell’universo, prima di cominciare a leggere so già che il testo farà cacare. Va sempre a finire allo stesso modo: nei mesi successivi farò di tutto per evitare un confronto diretto con l’autore dell’inedito, perché non ho il coraggio di dirgli la verità sull’assenza di talento che impregna e strazia la sua opera, perché so che tutti noi – noi scriventi ovviamente, perché al resto del mondo di tutto ciò frega davvero pochissimo –, nonostante la modestia e la timidezza di facciata, viviamo nella convinzione di aver sfornato il capolavoro definitivo e accogliamo un eventuale giudizio sfavorevole come un’offesa irreparabile, perché recitare la parte del critico che stronca con brutale franchezza un libro a cui qualcuno ha dedicato tempo, energie, emozioni, è una cosa che odio, che mi imbarazza e che non vorrei mai essere obbligato a fare.

Ecco svelate le mie condizioni psicologiche quando Mario Biglietto mi porta La comodità. Con l’aggiunta di un trascurabilissimo ostacolo emotivo per chi vorrebbe dargli un giudizio spassionato senza urtare la sua sensibilità: Mario ha la leucemia e proprio di questo parla il libro che ha scritto.

Sono il primo a essere sorpreso quando scopro che non solo il testo mi piace ma voglio prendermi l’onere di lavorarci sopra insieme a Mario per migliorarlo.

Ora un’opera letteraria può essere scritta benissimo oppure così così, può avere una prosa scintillante o sciatta, può essere un calderone ribollente di refusi o un irreprensibile manuale di norme redazionali, può portare in dotazione una trama che funziona come un congegno perfetto oppure prevedibile e lenta, può essere onesta fino al midollo o biecamente studiata a tavolino per vendere, può contenere una visione del mondo completamente nuova oppure rifriggere sempre le stesse cose già sentite e risentite, insomma un lettore può aspettarsi di tutto da uno scrittore ma c’è un elemento, un singolo elemento che secondo me distingue la vera letteratura dalla paccottiglia: l’indicibile. Anzi, mi spingo oltre e azzardo una mia definizione di letteratura: è quella forma d’arte che si occupa di dire l’indicibile. È una sfida ai limiti del linguaggio, della psiche, della fantasia, della realtà, della vita stessa. Se ci pensiamo noi siamo circondati, addirittura assediati, dal dicibile, dalla volgarità della chiacchiera a vanvera, dalla conversazione sterile e insincera, dalla parola che, quando va bene, non dice altro che se stessa senza rischi, senza sogni, senza amore e onestà.

Io non lo so se Mario è uno scrittore capace, ma di sicuro, più di tanti insipidi professionisti della sintassi, ha saputo – e purtroppo dovuto, date le orribili circostanze che lo hanno portato a scrivere – affondare le mani nella melma dell’indicibile. E non ci ha messo solo le mani, Mario si è immerso con tutto se stesso nell’indicibile, visto che ama la pesca subacquea evidentemente ci ha preso gusto, ed è tornato a galla diverso da com’era prima, con tantissimi doni per chiunque abbia la pazienza e la gratitudine di fare una cosa semplicissima che io ho avuto l’onore di essere uno dei primi a fare: leggere La comodità.

Ma quali sono i doni che un artista vero, profondo, sincero, coraggioso può fare all’umanità? Ecco la risposta: chi scrive può insegnarci le parole per dire cose che prima non sapevamo dire, per pensare cose che prima non potevamo nemmeno ipotizzare, per immaginare l’inimmaginabile, per attraversare ciò che nessuno mai vorrebbe o saprebbe attraversare anche se i pionieri che vanno a esplorare zone inabitabili sono fondamentali per la sopravvivenza della nostra specie, per allargare il campo delle cose che smettono finalmente di restare acquattate nell’ignoto, insomma per rosicchiare qualche zolla di terra agli sconfinati territori dell’indicibile.

A scanso di equivoci voglio sottolineare che questa non è per niente una visione elitaria della letteratura e che a mio parere l’indicibile si può trovare anche in un romanzo comico, in Harry Potter o in un buon giallo.

Nel libro di Mario si ride e si piange, si vivono esperienze che non augureremmo nemmeno al nostro peggior nemico, e altre che gli possiamo solo invidiare per l’intensità e la semplice bellezza che le caratterizzano, c’è dentro tutto l’amore e l’odio per una vita sgangherata che non prende mai la direzione che vorremmo, che non si lascia mai domare, c’è dentro l’ombra ossessionante della morte accompagnata dalla più misteriosa e commovente smania di sopravvivere. E soprattutto non c’è solo la leucemia, non ci sono solo gli ospedali e il calvario di un malato vicinissimo a essere terminale: Mario come detto fa immersioni subacquee, è un fotografo professionista dotato di grande sensibilità, è un viaggiatore, un padre innamorato perso del figlio piccolo, un amante della buona cucina che ascolta ottima musica, è circondato da tantissimi amici e familiari che hanno vite da romanzo, ha uno sguardo tutto suo, appassionato e ben documentato, su politica ed economia, da buon precario del sud si è trovato a fare una miriade di lavori assurdi che costituiscono un potentissimo generatore di aneddoti bizzarri. Mario – e qui parlo in maniera molto cinica da narratore che si sfrega le mani – è in definitiva un personaggio interessante a prescindere da ciò che gli è successo. Ciò che gli è successo però lo ha trasformato e, visto che credo nella letteratura come in una religione, sono sicuro che può trasformare anche chi avrà il coraggio di affrontare La comodità con la dedizione e la fiducia che meritano i libri più belli.”

Salvatore Toscano