Helmut Newton

O lo ami o lo odi, un anarchico affascinato dall’estetica borghese.

Newton era consapevole di essere un elemento disturbante, neanche eccessivamente, per l’ambiente che rappresentava la sua committenza e da cui, in qualche modo, dipendeva. Questo contribuì volutamente o meno a farne un personaggio Bisogna essere sempre all’altezza della propria cattiva reputazione si divertiva spesso ad affermare.
La grande notorietà la raggiunse alla fine degli anni ‘60, grazie alle sue provocazioni alla morale, sempre belle le sue immagini decadenti, provocatorie ma esteticamente affascinanti. Introdusse nella fotografia di moda elementi di sadomasochismo, voyeurismo e omossessualità. Le donne cominciarono ad essere riprese in pose estremamente sensuali, in ambientazioni inequivocabili di vita privata, con la carica erotica che precede o la soddisfazione che segue un amplesso.

Questa cifra stilistica, il gusto per la provocazione, lo accompagnò sempre, non solo nella vita professionale e artistica. Con l’uscita nel 1974 del suo primo libro “White Women” ci fu la deflagrazione, fu accusato di razzismo ma non solo, anche di degradare la donna. La provocazione era stata accolta, Newton compiaciuto rilanciò a modo suo Ma quale razzismo, è un bellissimo titolo, tanto più che non c’è neanche una donna nera in tutto il volume!”.

Newton ha sempre avuto una passione per le modelle alte, muscolose, atletiche, le donnone americane erano il meglio a cui potesse ambire per le sue fotografie. In ogni caso le accuse di “degradare le donne”, cosa che in qualche modo sublimava il gioco sessuale rappresentato nell’erotismo dei suoi scatti, sono oggi molto ridimensionate e se ne apprezza invece la misura, allora molto trasgressiva, come pure l’eleganza, anche negli scatti più “bizzarri” e volutamente “kitsch”.
La sua eccezionale capacità di muoversi nelle zone di confine fra porno ed erotismo, rapportato ai tempi, e in ogni altra zona grigia, ha sempre stimolato l’osservatore, rendendo immancabilmente efficaci le sue immagini.

Ogni scatto era perfetto, anche con le luci artificiali, sebbene “odiasse” gli spazi confinati di studi ben attrezzati e prediligesse location esterne, spesso usando i Metz 60, “workhorse” di tantissimi suoi lavori spesso registrati con Hasselblad 500.

Alcuni cenni biografici:Helmut Newtonè nato a Berlino nel quartiere di Schöneberg da una famiglia ebrea, figlio di Klara “Claire” Marquis and Max Neustädter che erano proprietari di una fabbrica di bottoni, cresciuto nella buona borghesia berlinese degli anni venti-trenta, frequenta il Heinrich von Treitschke Realgymnasium e la Scuola Americana a Berlino.
Interessato alla fotografia fin da piccolo già a 12 anni acquista la sua prima macchina fotografica, e dal 1936 inizia a lavorare con la fotografa tedesca Elsie Neulander Simon, conosciuta come Ill de Yva. A seguito delle leggi razziali naziste lascia la Germania nel 1938 imbarcandosi a Trieste sul piroscafo “Il Conte Rosso” e si rifugia a Singapore, lavorando come fotografo per il Straits Times.
In seguito venne internato dalle autorità britanniche di Singapore e venne espulso in Australia con la RMS Queen Mary. Arrivò a Sydney il 27 novembre 1940 e venne portato al campo d’internamento di Tatura (Victoria) dove rimase fino al 1942 dopo aver lavorato brevemente come raccoglitore di frutta. Nell’aprile del 1942 entrò nell’esercito australiano dove si occupò di guidare camion dell’esercito. Nel 1945 cambiò il suo cognome da Neustädter a Newton, che è la quasi esatta traduzione in inglese del suo cognome tedesco.
Il 13 maggio 1948 sposa l’attrice australiana June Browne nota come fotografa con lo pseudonimo di “Alice Springs” (dal nome dell’omonima città australiana). Dopo la guerra lavora come fotografo freelance producendo scatti di moda e lavorando con riviste come Playboy. Dalla fine degli anni cinquanta in poi si concentra sulla fotografia di moda. Si stabilisce a Parigi nel 1961 e intraprende una carriera come fotografo di moda professionista. I suoi scatti appaiono su varie riviste tra cui i magazine di moda Vogue, L’Uomo Vogue, Harper’s Bazaar, Elle, GQ, Vanity Fair, Max e Marie Claire. Il suo particolare stile è caratterizzato dall’erotismo patinato, a volte con tratti sado-masochistici e feticistici.
Un attacco di cuore nel 1970 rallenta la sua produzione ma aumenta la sua fama, in particolare con la serie “Big Nudes” del 1980 che segna la vetta del suo stile erotico-urbano, sostenuto con un’eccellente tecnica fotografica. Crea inoltre molti ritratti e altri studi fotografici e incomincia a lavorare per Chanel, Gianni Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Louis Vuitton, Borbonese e Dolce & Gabbana. Nel 1984 insieme a Peter Max realizza il video dei Missing Persons Surrender your Heart. Nell’ottobre 2003 dona una collezione di foto alla fondazione Preußischer Kulturbesitz a Berlino. È attualmente esposta al Museo della Fotografia (Museum für Fotografie) vicino alla Bahnhof Zoologischer Garten, la stazione ferroviaria dello zoo di Berlino nel quartiere di Charlottenburg.

Successivamente vive a Monte Carlo e Los Angeles. Muore in seguito a un incidente stradale – avvenuto a West Hollywood quando, il suo SUV Cadillac SRX, si schianta su un muro del famoso Chateau Marmont (hotel sul Sunset Boulevard che era stato per anni la sua residenza quando abitava nella California del Sud) – al Cedars-Sinai Medical Center. Le sue spoglie sono state poste a Berlino nell’area ebraica del Cimitero di Friedenau e la sua tomba è collocata a qualche metro da quella di Marlene Dietrich.

Qualche suo scatto alternato a suoi ritratti e autoritratti.