Drawing Restraint

Muto, poetico, sperimentale. Sorprende e spiazza l’omaggio di Barney a Bjork
Una dichiarazione d’amore poetica e simbolica a Bjork e alla vita. E’ lo sperimentale Drawing Restraint 9 del marito Matthew Barney.

Bjork e Barney in un frame del film
Ultimo capitolo di una videoricerca iniziata diversi anni fa, rinuncia ai dialoghi, per affidarsi esclusivamente alle musiche della popstar islandese. Della storia, ambientata a bordo di una baleniera giapponese:

c’è poco da raccontare. Ballerine con i ventagli, operai in tuta bianca, cuochi alle prese col pesce:

a “fare la storia” sono in un primo momento le piccole cose. Una carrellata di zoom su gesti minimi, tra loro apparentemente sconnessi, che si fanno opera d’arte e in quanto tali vengono ricomposti e integrati da Barney. Insieme al poetico finale, è la parte migliore del film. Quella dominata dall’”estetica del quotidiano”, dall’esaltazione della normalità in un trionfo di equilibri insospettabili. Filo rosso di questo primo terzo del film sembra essere l’armonia visiva: una ricerca che passa per l’esasperazione delle geometrie tipica della videoarte, qui applicata anche al figurativo. E’ così che gorghi di sapone sull’acqua, ponteggi ed esseri umani, diventano pedine di una gigantesca simmetria. Pialle, sirene, respiri: le sonorità convergono in una moderna sinfonia alla “Stomp”, in cui è la musica a dettare i tempi dell’azione, integrandone il sottofondo. Bjork fa intanto capolino come un folletto. Trasognata e quasi impalpabile, attraversa muta situazioni e quadretti, mentre Matthew Barney, solca un mare di cieli grigi a bordo di un peschereccio. L’incontro si tra i due si avvicina: siamo prossimi alla parte centrale del film, quella più prolissa e meno riuscita. I ritmi rallentano bruscamente, le atmosfere diventano rarefatte e a sottolineare la svolta, si registra una drastica virata anche nelle musiche. Seguono sequenze interminabili del tè e della vestizione. Due rituali quasi magici, sui quali si indugia però troppo, che conducono verso lo sconvolgente finale. Lui e lei, Bjork e Barney, sono ormai diventati a pieno titolo protagonisti. Dal simbolismo poetico delle rappresentazioni comincia ad emergere una vera e propria dichiarazione d’amore. La scena clou si consuma in una stanza ormai allagata, dove i due iniziano a scambiarsi delle effusioni.

Una scena
Il crescendo degenera in mutilazioni reciproche, ma l’atmosfera è quasi grottesca, e il cannibalismo con cui si conclude, appare infine come supremo gesto d’amore.
Nelle ultime sequenze c’è poi tutto il senso del film: la poesia prende il sopravvento, Barney rivela il suo omaggio alla moglie, i due fuggono liberi. Il tutto in due ore e mezza, a tratti un po’ ripetitive, ma nel complesso sorprendentemente fruibili. Nonostante il linguaggio disorientante e la narrazione frammentata, sarebbe bastato qualche taglio nella parte centrale ad armonizzare questa stramba ma gradevole architettura.
Diego Giuliani su cinematografo 1 settembre 2005